Il XXV aprile

Troppo ci è vicino quel tempo, anche se tentiamo di coprirlo con gli strati opachi della memoria, se tentiamo talvolta di non lasciar giungere fino a noi quelle voci che non ci lascerebbero vivere come viviamo; che forse vorrebbero che fossimo tanto diversi da quello che siamo.
1461405378_25_aprile-600x335Migliaia e migliaia, decine di migliaia e milioni sono stati condannati a morte in questi anni, pochi sono quelli che sono passati attraverso quelle forme che, per tradizione, eravamo abituati ad associare con quel destino: una qualche sentenza, comunque una dichiarazione di chi condanna, qualche ora di attesa prima dell’esecuzione della sentenza, quasi che a nessuno potesse essere negato un po’ di quel tempo che gli si vuole togliere per sempre, per dare ordine, se può, alle cose sue, e all’animo suo. Forme crudeli perché danno al condannato un tempo breve eppure spaventosamente lungo, in cui si toglie all’uomo il suo più intimo bene, la speranza, ma forme con le quali chi condanna e chi uccide tenta di trovare una giustificazione di quello che fa, tenta di ricorrere a qualche principio superiore, tenta forse di far accettare dal condannato stesso codesto principio, e, sebbene lo uccida, ne riconosce la scienza e la qualità di uomo e tenta, a volte, di farsi, anch’esso, riconoscere e perdonare.
Dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, lo sviluppo della tecnologia e della scienza, in altre parole del progresso, è stato di così ampia portata da creare una distanza enorme tra mondo d’oggi e quello degli anni quaranta. La differenza del nostro modo di vivere e pensare, rispetto a quello di mezzo secolo fa, è enormemente più grande di quello che poteva differenziare la civiltà del 1945 da quella di cento anni prima. Se si chiede a un giovane d’oggi qualcosa sul periodo dell’ultima guerra e della Liberazione, si scopre che per molti di loro occorre un non indifferente sforzo di memoria, quasi si trattasse di ricordare le guerre puniche.

Nel rievocare le giornate 25-aprile-festa-della-liberazionedella Liberazione, bisogna rammentare quanto è accaduto e volgere la mente a delle riflessioni con intenzioni essenziali per la nostra società.

“Chi si dimentica della sua storia è condannato a ripeterla”.

 

 

Luca Emilcare

Segr. cittadino Giovani democratici Cantù

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